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In questa sezione potete rivolgere le vostre domande a vari specialisti. Le risposte saranno pubbliche, ma garantiremo l´anonimato cambiando nomi e situazioni. Le risposte complete degli specialisti arriveranno anche direttamente a voi nella vostra casella mail.

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Elisa chiede:

L’ansia in gravidanza fa male al mio bambino?

D: Buongiorno a tutti, ho deciso per la prima volta di scrivere quello che sto provando in un periodo della vita che dovrebbe essere bellissimo, sono alla 14 settimana di gravidanza e sto attraversando un brutto periodo: il lutto di una cara persona. Partiamo dal presupposto che ho sempre sofferto di ansia e a volte di panico ma viverlo in gravidanza è davvero terribile!
Quando ho scoperto di essere incinta ho smesso le gocce che prendevo e pian piano mi è tornato indietro tutto; paura di morire, tachicardia e dolori al petto (con conseguente paura di un infarto), mancanza di appetito, angoscia… insomma tutto quello che l’ansia fa sentire ce l’ho: la mia domanda è: questi stati possono portare veramente alla morte? Al mio bimbo succede qualcosa? Grazie.

R: Cara Elisa, gli stati ansiosi sono connotati dalla presenza di un particolare sentimento di attesa di un pericolo imminente, vero o presunto, per cui il nostro organismo si attiva scatenando una serie di risposte fisiologiche. Spesso chi soffre di ansia ha delle modalità di pensiero disfunzionali che portano a percepire i segnali esterni o interni al corpo come minacciosi, anche se realmente non lo sono. Per questo, possiamo dire che l’ansia non porta alla morte, anzi è funzionale all’individuo per prepararlo ad affrontare i pericoli.
Per quanto riguarda le conseguenze di questi stati, le ricerche hanno evidenziato che i cambiamenti dell’assetto neuroendocrino legati allo stress e alle diverse forme di psicopatologia contribuiscono a determinare una serie di conseguenze: a livello ostetrico-ginecologico durante la gestazione o in prossimità del parto, a livello comportamentale e relazionale poiché la madre che vive l’ansia in gravidanza ha maggiori probabilità di assumere attegiamenti non salutari e di non avere fiducia nelle proprie capacità, a livello di sviluppo del bambino in quanto il periodo prenatale è un periodo critico per lo sviluppo neurologico.
Quello che si può fare in questi casi è consultare uno psicologo, perché da soli è difficile individuare i pensieri e le emozioni che originano i sintomi e perché è possibile prevenire forme di conseguenze più gravi nel post-partum. Cari saluti, O.N.Da – Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna

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